21 Ottobre 2011
Ci vorrebbe tempo. Forse non basterebbero altri sei anni, per raccontare tutto quello che ho vissuto grazie a questo blog. Sei anni di emozioni, di parole, di volti, molti dei quali spariti. E non sarebbe semplice nemmeno elencare gli episodi che a poco a poco hanno affossato questo sito e di conseguenza il mio rapporto con esso.
La verità è che forse non sono più giovane (per certi versi non mi ci sono mai sentito e ne sono più che felice), oppure tutto dipende dal fatto che quando lo spazio con cui sei cresciuto diventa un troiaio, senti inevitabilmente che anche parte della tua vita sta andando a puttane. Già non era più uno spazio solo tuo (pubblicità etc), ma poi è diventato ancor più richiamo per disadattati di ogni genere, incapaci di trovare immagini erotiche in Rete se non qui. Come se prima questo sito fosse un luogo off limits ai mongoloidi di tutta Italia.
In fondo però anche io ero venuto qui per conoscere, per provare. Facevo il quarto anno di scientifico ed ero curioso, perché della vita ne sapevo molto poco. Adesso, diversi anni più tardi, della vita non so ancora niente, ma sono cresciuto: ho letto e poi ho cominciato anche a scrivere (sai che roba...). Ora non c'è più nessuno che legge (tranne alcune eccezioni, soprattutto dalla zona di Castel Bolognese), e nessuno che scrive. Non mi interessa che cambi il sito, di crociate ce ne sono già state abbastanza. Non me ne può fregare di meno. Il mondo è pieno di altri spazi, e incaponirsi in una stalla che odora di sterco e di sperma non mi interessa.
D'altra parte, da sempre, nella vita c'è chi viene e chi va. Io sono già venuto, quindi ora non posso che andare.
Un posto in più per i prossimi "Giovani Accoliti"!

PS: Ho tentato, in questi giorni, di salutare di persona qualcuno. Alle persone che ho mancato, oltre ai miei cari saluti, allego l'invito di venire (in qualsiasi modo e spesso) a trovare qui.
12 Ottobre 2011
Fasi lunari e cicli mestruali. Quanti fogli del calendario abbiamo girato nella nostra vita? Io pochi. Per molto tempo ho lasciato che li sfogliassero gli altri per me. La notte insegue sempre il giorno, ed il giorno verrà.
Ci sarà una lettura che rimando da più di un anno e che devo ancora finire di scrivere, scorrerà birra e chissà che non venga a farci visita anche il signore di Baux. Si farà festa, poi ci saluteremo. Leverò le tende e farò un bel viaggio, cercando un altro posto dove piantarle, magari sotto il cielo stellato. Scavalcherò una rete di protezione e scatterò delle foto che avranno l'immagine distorta della libertà. Salirò delle montagne e mi bagnerò in qualche fiume.
Mi lascerò alle spalle anni di conoscenze ed incontri interessanti (alcuni nemmeno tanto), ma soprattutto tantissime parole, che mi hanno fatto crescere più del tempo, e delle colazioni e dei pranzi e delle cene messe assieme.
Tempo per dire ciao, arrivedereci e addio ad alcuni. Da questa stretta vetta, intanto, un saluto vago e indefinito che da chiunque potrebbe essere inteso per sé, come un'eco che arriva anche all'orecchio sbagliato.

11 Ottobre 2011
Quando le dimensioni contano più di quanto vorresti...

09 Ottobre 2011
Stare in mutande per casa non è più come prima. È diversa la luce e sopratutto è diversa la temperatura. È diversa l'aria, per Dio, che finalmente si sente. Questa è l'aria che voglio
sulla mia pelle, questa è l'aria che voglio nel petto. È curioso che proprio all'arrivo del primo vero giorno d'autunno mi sia
ritrovato a guardare un film dove uno spirito della foresta fa fiorire
il terreno ovunque egli passi. È un po' fuori stagione, ma la sua vista
sul mio stato d'animo ha un potere maggiore di quello del calendario. DENTRO - Shampoo, bagnoschiuma e acqua calda. La voglia di mettere a
fuoco la vita cercando la lente tra le verità. La voglia di scaldarsi,
di correre, di stancarsi e di ripartire. La voglia di essere pulito,
soprattutto. Di fare tutto questo come avessi una nuova pelle avessi una
nuova pelle con cui toccarlo e sentirlo, come un serpente che ha fatto
la muta. FUORI - La tramontana che spazza le nubi, spoglia gli alberi e porta
ispirazioni di cambiamento. Forse ha persino il potere di liberare la
mente, o forse è solo una magia di cui ero nostalgico, che ritorna dopo
essere stata lontana per tanto, incantandomi a fissare la strada dalla
finestra, schiarendo i miei pensieri nel vuoto. Esco dalla doccia sapendo che il caldo che ho intorno durerà appena il
tempo di arrivare in camera e mettermi addosso qualcosa. Nel frattempo
il richiamo del profumo dei funghi e della pancetta in padella mi
inebria e mi convince in un attimo che un appetito da coccolare è di
gran lunga più godurioso di una qualsiasi fame placata. Voglio il potere di stringere il sole e quello di parlare con gli
animali. Voglio che che tutti abbandonino per un giorno la macchina e
vadano in bici, cercando di trovare equilibrio. Ho una voglia matta di baciare, di scrivere, di parlarne o almeno
parlare. Di correre senza una meta, di scavalcare cancelli, di
abbracciare la luce. Ricordi e speranze, vita e morte, pioggia e sereno. Gli occhi di quella ragazza appena dopo il tramonto... Per anni ho cercato il calore dentro di me fino a trovarlo. Ma ieri, con
la prima tramontana, senza di lei sarei morto di freddo.

04 Ottobre 2011
PREMESSA: Oggi ho sottratto in modo calcolato quindici minuti al mio lavoro. Avevo iniziato a scrivere questo post sul tempo e, ironia della sorte, un'emergenza mi ha costretto a interrompere e a continuare una volta tornato a casa. ------------------------
Non so se vi ho mai detto che ho un blog di calcio. Risultati, anteprime, qualche commento...la solita roba, niente di che. È un modo di condividere una passione, e di restare in contatto con alcuni amici che mi fanno il favore di collaborare. Quando il progetto è partito, ho messo un annuncio su un paio di siti per vedere se c'era qualcuno che poteva essere interessato a scrivere di tanto in tanto un articolo. Naturalmente ho specificato, scrivendolo a caratteri cubitali, che si trattava di una collaborazione non retribuita. Ho aggiunto che era un modo di "giocare a fare il giornalista sportivo".
Ecco però cosa succede. Arrivano delle email di persone ultra formate che chiedono un lavoro, convinte si tratti di una vera e propria occupazione retribuita. Persone che forse vanno veloci e non leggono tutto, persone che nel dubbio (ma quale dubbio?) ci provano. La verità è che non ci sono i soldi, non c'è lavoro, non c'è nemmeno speranza. Non c'è tempo per niente. Ho scosso la testa leggendo curriculum di persone in gamba che volevano che io dessi loro uno stipendio. Chiaro che io, che già perdo tempo (non immaginate quanto) con questo blog amatoriale di calcio, non avevo tempo per rispondere a nessuno. Contavo di mettere da parte 3-4 curriculum buoni, di gente che aveva inteso non fosse un'attività remunerata, e poi selezionare uno tra questi. Le altre email nel cestino, al costo di pochissimi click.
Però c'è stata una ragazza a cui ho risposto. Il suo curriculum era il migliore di tutti, e aveva esperienze nella redazione di articoli per portali di moda e turismo. Sapeva quello che valeva, e aveva anche aperto una Partita Iva per essere una vera freelance. Laureata 110 e lode in Giurisprudenza, conoscenza lingua italiana, inglese e francese: non dico altro. Chiaro che fosse la candidata più sprecata del mondo, per scrivere sul mio squattrinato blog. E allora le ho scritto. Le ho scritto che evidentemente le era sfuggita la parte più importante dell'annuncio, le ho scritto che era così ben formata e determinata, che doveva mirare decisamente più in alto. Le ho scritto che proprio in virtù delle sue qualità le auguravo il massimo del successo nella vita.
Scrivi messaggio -> Invia messaggio -> Messaggio inviato. Mi ci è voluto poco più di un minuto.
Poi ho dimenticato tutto. Ho trovato la risorsa che cercavo e ho smesso di guardare l'email usata per l'annuncio (oltretutto erano passate 3 settimane). Ieri mattina, mentre controllavo la posta, l'oscuro potere del completamento automatico mi ha portato nell'altro indirizzo. Insieme a un paio di annunci, c'era quella ragazza che mi rispondeva.
Ciao Edoardo, piacere di conoscerti. Mi permetto di darti del tu e ti ringrazio per la mail e per il tempo che mi hai dedicato. Auguro a te e ai tuoi collaboratori il meglio,
Elisa

26 Settembre 2011
Quel giorno pioveva a dirotto, e io entrai tutto zuppo in quel negozio di fiori. Presi una rosa rosa, perché quelle rosse, che non avrebbero detto nulla di più, le avevo già sepolte col sangue e il rodimento di culo.
Pagai
e uscii felice come non mai, sotto le gocce enormi che senza tregua mi
bersagliavano dalla casa di Dio. Ripresi il cammino, coi piedi fradici
che avanzavano sicuri e quasi contenti in mezzo ai rivoli d'acqua
impetuosi che venivano formandosi sul marciapiede. Insistevo curvo, con
la testa protratta in avanti a proteggere quei petali delicati che
temevo sarebbero andati in frantumi.
Venne ad aprirmi divisa tra la
sorpresa e lo spavento, combattuta tra il rimprovero e l'amore. Fui
fortunato a veder prevalere quest'ultimo. Appendemmo giacca e camicia
sullo stendino, i pantaloni in bagno. Misi addosso un semplice
asciugamano incastrato alla vita, lei si mise seduta davanti a me,
accese il fon e cominciò ad asciugarmi e accarezzarmi i capelli.
Il fradicio diventava umido e
l'umido spariva nell'aria, andando a mischiarsi a quello strano amore
che aleggiava nella stanza di lei.

16 Settembre 2011
Ero già nel letto quando ho sentito il bisogno di alzarmi di nuovo per scrivere di un'immagine che mi è venuta in mente all'improvviso. Tu che alzi il braccio e mostri il polso ad un tipo che ti ha chiesto se sai che ore sono. "No, vedi? Non porto catene" gli dici, con quel tuo sorriso avvolgente. Chissà se è per questo che a poco a poco perdiamo di vista l'amore. Chissà se è più chiaro e visibile solo se guardato attraverso un anello di ferro, un bracciale cucito, una fede, una foto, un porta fortuna.
Personalmente l'unico motivo che per ora rintraccio è che non ricordo quasi più nulla. Non tanto di quello che ero, ma di molte cose che facevano parte della mia vita. Meglio ancora, non ne ricordo il sapore, il profumo, l'immagine: che sensazione mi dava averle in tasca, nel portafoglio, sulle pareti della mia stanza o sul petto. Ho come l'impressione di essere una farfalla che ricorda pochissimo di quando era bruco. E non uso questa metafora per dire che sono migliore di prima.
Però ricordo alcune cose. E le ricordo grazie a dei testimoni che hanno attraversato questa mia metamorfosi, che sono sopravissuti non a una tempesta, ma al più letale dei cieli sereni. E ricordo un po', dell'amore, grazie a chi come te l'ha condiviso. Ricordo quel glicine sul tuo parabrezza, ricordo una fiaccolata sulle montagne e una ruota cambiata.
E ben tornata.
:-)
17 Agosto 2011
Trovare un doppio spazio alle 2 di notte su un cartello di informazione turistica vuol dire che è arrivato il momento delle deformazioni professionali, ma soprattutto che la resistenza alla combinazione Ceres-Tennents è aumentata. C'è da porre rimedio, subito.
"Il vagabondo delle stelle" mi mette di fronte la storia di un uomo che in carcere ha appreso l'arte di allontanare il suo spirito dai dolori e dalla prigionia del corpo. Imparare questa tecnica entra di prepotenza nella lista delle cose da fare.
Il mio io "noto a tutti" comincia lentamente a diventare più simile a quello vero, in virtù di candide rivelazioni che mi pesa sempre meno produrre, e mi accorgo di essere ogni giorno un filo più simile a chi vorrei essere. In fondo s'intravede un chiarore – penso mentre guardo allo specchio la prodigiosa crescita dei capelli tagliati neppure tre giorni fa. Ma poi mi viene in mente la storia di Orfeo e capisco che c'è ancora molto da fare, da stringere i denti e soprattutto da non voltarsi prima del tempo, che altrimenti non rivedrò mai più la mia ombra.
E poi arriva quella sera che finisci a bere birra sotto la luna tiranna, che ha spazzato le stelle via dal cielo. Ti ritrovi davanti a un falò giallo e arancione che da solo si oppone al nero della campagna, un falò improvvisato a cui hai dato vita con una manciata di tuoi biglietti da visita. Come se quella sera la tua identità fosse un organo donato alle fiamme, un organo di cui non sai se puoi fare a meno per più di una sera. Gli arrosticini sono sulla brace da un pezzo, ma è in fondo è così difficile vedere se sono cotti bene da ogni lato che a un certo punto li prendi e li mangi tutti così come sono, perché c'è un tipo di fame che non permette di attendere o di sottilizzare.
Lei, che passa un paio di notti l'anno, come fosse una stella cadente. Spingerla contro quel muro dove è appoggiata e da cui mi sorride. Spingere il mio corpo contro il suo come a soffocarla, come a soffocare anch'io. Non per amore, ma per fame. E per desiderio. Per scoprire se è vera e quanto è profonda la voglia di lei, che mi sorride ancora in quel modo, ora che gli anni sono aumentati indebolendo il significato della loro differenza. Spingerla contro quel muro e diventare un respiro solo, cadere a terra e respirare ancora insieme, come non ci fossero desiderio e bisogno maggiori, come fossimo l'uno l'ultima aria per l'altro. Respirarsi, e scoprire fino dove saprebbe spingersi, libera dagli sguardi delle finestre di un paese dormiente, durante una notte in cui la luna è passata e tornano a brillare le stelle ed il buio.
07 Agosto 2011
E ringrazio il cielo che mi viene ancora da piangere. Nel tentativo di resistere, la mia faccia muta in una smorfia di dolore insopportabile, in un orribile spasmo che trova pace, gioia e liberazione quando finalmente due gocce calde prendono a scendere giù sulle guance.
Bisogna fermarsi, ogni tanto. Dire stop ai propri progetti e a quelli che gli altri hanno per noi. Ogni istante è la vita. E ci sono troppi istanti, ogni giorno, per non prenderla mai per mano, per non mostrarle nemmeno un sorriso, per non regalarle almeno una lacrima.
Niente progetti, per oggi. Si vive - davvero - un istante alla volta. Solo così nessuno ci prende, perché i più vanno a minuti, a giornate, a stipendi mensili e a euro/l'ora. Gli istanti gli sfuggono tra le dita di ferro, come granelli di sabbia. Non sanno afferrarli.
E adesso esco. E corro. Che magari non riescono ad afferrare nemmeno me.

05 Agosto 2011
Ci sono quelli che si sentono vincenti anche quando i loro successi arrivano solo grazie agli altri, e quelli che anche quando fanno quasi il 100% di un risultato positivo preferiscono restare nell'ombra e lasciare che altri ne prendano il merito. Io dico che non c'è furbizia né onore, in casi come questi. Solo ingiustizia.
Mettersi di fronte a sé stessi. Alle proprie vittorie e alle proprie sconfitte. Andare avanti o indietro, tendendo sempre a muoversi. Aver voglia di scoprire e di scoprirsi. Non sentirsi mai arrivati, altrimenti non si impara e non si merita un fico secco in più di quello che si ha. Ammesso che quello che si ha sia meritato.
Dedicato a te, dolce straniera AICAHR, che sei in gamba ma non lo dici nemmeno a te stessa, che se lo dice un altro riusciresti a non crederci. A te che sei troppo buona per dire che è merito tuo, se a volte splende la luna.

02 Agosto 2011
È tardi. Così tardi che farei meglio a non andare nemmeno a dormire. Potrei rientrare, cambiarmi in silenzio e riuscire subito per andare a lavoro. Potrei dormire sul pianerottolo in attesa che, passata l'alba, arrivino i colleghi ad aprire.
L'alba. È incredibile quante cose nascano mentre il sole è assente. Storie, sbronze, risse, abbracci, progetti. La vita dipende dalla luce nello stesso modo in cui è legata al buio. Dentro alla notte più fonda, con la città che è vuota come non capitava da un anno, l'alba non si fa attendere. Il sole è ancora lontano, ma noi ci sentiamo sorgere lo stesso.
Magari sono le birre, magari invece è perché tra qualche giorno si metteranno in mezzo migliaia di chilometri. Già, può darsi.
Eppure forse c'è un altro motivo, e cioè che questa notte siamo ancora qui, nonostante il tempo. Sono passati anni, da quando ci siamo incontrati per la prima volta: adesso siamo tutti più adulti, e ancora poco realizzati, ma per niente arresi. Abbiamo la nostra rivoluzione, da portare avanti. Giorno per giorno seguendo la strada più giusta per noi, lasciando stare grandi piani d'invasione, che in fondo non fanno per noi.
Sulla via del ritorno ho notato per un attimo qualcosa lungo il muro di un palazzo. Era un geco. Volevo prendere il cellulare e scattargli una foto, ma niente. Non ho fatto in tempo a mettere la mano in tasca che quello si era già dissolto nel nulla. Quanti rapporti fanno la fine di quel geco? E le persone? Io stesso posso diventare così indifferente da mimetizzarmi col nulla, col vuoto. Ma non stavolta, perché quello che sento sorgere io è colore. Una tinta decisa, pensante, che finalmente non riesco a gestire. Intrappolato dalle emozioni, con un pensiero fisso e un tuffo al cuore che mi mettono con le spalle al muro. Inerme, li lascio fare. Ché non possono farmi che bene.
E in memoria di pioggiasugliocchi, TENIAMO BOTTA!
13 Luglio 2011
Abbiamo tutti un armadio con un altro vestito oltre al dolore. Magari non è che sia proprio la felicità, ma sicuramente possiamo metterlo su, fargli prendere aria e colore. Magari di notte, quando si vede di meno e gli altri dormono. Magari provando a sorridere. In fondo la felicità, come anche il dolore, sono solo cazzi nostri.
06 Luglio 2011
Ieri in metro c'era questa coppia di indiani/pakistani/"scusate ma non so riconoscere a vista la vostra nazionalità". Sono saliti con me a Termini: la donna portava in braccio una bambina di - boh? - 3 anni, il marito invece si occupava del valigione alto quasi quanto lui e di un enorme zaino dove la figlioletta si sarebbe potuta perfino perdere. Naturalmente c'era anche un passeggino, con loro, così che l'uomo cercava di trasformarsi nella dea Kalì per avere abbastanza braccia e mani da occuparsi di tutto.
La metro è partita e una signora seduta si è alzata per lasciare il posto alla donna indiana/etc. Il marito si è spostato portato davanti al suo sedile con tutto l'ambaradam che aveva dietro. Ha fatto appena in tempo prima di finire, come tutti, schiacciato e immobilizzato dalla troppa gente. A un certo punto la bambina ha iniziato a piangere e a gridare. Non lo faceva come un'ossessa, ma insomma riusciva da sola a dare filo da torcere ai timpani di tutte le seimilaquattrocentottantatre persone pressate nel vagone come fossero una balla di bottiglie di plastica pronte al riciclo. Ed è stato il pianto di quell'innocente a dar luogo a uno dei momenti più tragici della giornata. Sulla stessa fila di sedili della "donna ormai sapete quale", alcuni tanto illustri quanto insospettabili esperti di "Crecita di infanti" specializzati in "Interpretazioni delle differenti sfaccettature tonali della voce di una bimba indiana o altro, in metro" hanno cominciato a fornire pareri. Non che nessuno glieli avesse chiesti.
È durato dieci minuti (il servizio era rallentato), per un totale di tre fermate. Dopo sono sceso.
Una valanga di osservazioni e consigli (più osservazioni che consigli) si è riversata sulla coppia di "indiani o come volete", soprattutto sulla donna. Una signora vestita di bianco, che non si era sognata di alzarsi per far posto alla "donna d'oriente" e che appena seduta si era copiosamente cosparsa le mani con almeno mezzo litro di amuchina, le ha osservato che la bambina "aveva sete". Ora, anche se questa donna di bianco vestita era davvero una grande esperta di bambini, come dicevo poc'anzi, la realtà dei fatti è che la sete di quella bambina era palese già per sua madre, per me, insomma per tutti. Non solo. Eravamo tutti terribilmente assetati, in quel vagone del cazzo con seimilaquattrocentottantatre persone schiacciate tra loro a una temperatura di circa un miliardo di gradi fahrenheit. Io ad esempio avevo una sete della madonna, roba che se solo avessi potuto muovermi in quel rovo di esseri umani e raggiungere la donna di bianco vestita, le avrei strappato la "borraccia" di amuchina e me la sarei scolata tutta d'un fiato di fronte ai suoi occhi, lasciandola preda di letali microbi sparsi un po' ovunque per la restante parte della giornata.
La pensavamo tutti, la storia della sete, ma lei, bianca e immune ai germi della terra come una creatura celeste, ha vinto la nostra omertà e ha dichiarato la sua deduzione. Parlava alla coppia con la candidezza e la freddezza di un angelo, ma loro erano comuni mortali - nonché davvero molto probabilmente stranieri - e non capivano le sue sante parole. Lei però ha insistito finché l'uomo non aperto lo zaino e ha tirato fuori una specie di biberon con dell'acqua dentro. In realtà ci sono rimasto un po' male, perché speravo estraesse un mitra e riempisse di piombo la donna-angelo, in barba alle dinamiche dell'amor cortese.
Così la mamma ha voltato la bambina sulla sua spalla e le ha messo il biberon in bocca, sotto lo sguardo empio e soddisfatto della donna angelo e di molti altri viaggiatori dei cui consigli si era fatta portavoce. Ma la bambina non voleva saperne di quel biberon, tantomeno dell'acqua, e così nonostante gli sforzi della madre è tornata a lagnarsi con la gola secca, non riuscendo tuttavia a spiazzare gli altri del vagone, che scuotevano la testa come a dire "no, non va". E per due fermate hanno continuato tutti a guardare e compatire la madre, tutti con la voglia di dire ancora qualcosa, di fare pressioni per un altro rimedio. Tutti che ognuno sapeva in realtà cosa fare. Tutti, mentre io guardavo la bambina che a un certo punto ha incrociato il mio sguardo. La sua faccia ha perso ogni lamento, mi ha regalato un'espressione furbetta e ha smesso di piangere.
E per fortuna è arrivata anche la mia fermata e sono potuto scendere, aprendomi a spintoni la strada verso le porte. Mentre varcavo la soglia l'ho sentita riprendere a urlare, ma le porte si sono richiuse e sul mio viso sentivo già un'aria più fresca.

03 Luglio 2011
Non so cosa stia facendo M.La notizia della sua decisione di partire per l'Australia ha messo ko il morale di tutti gli amici. Un emigrante, un emigrante per davvero, nel 2011. Eppure la scelta di tentare dall'altra oarte del mondo, lì dove si è già fatto valere anni fa e dove vive l'amore della sua vita, bè non sembra affatto un piano B. Forse è sempre stato il piano A. E io, amore o non amore della mia vita, mi domando se riuscirei mai a fare altrettanto.
E. a quest'ora dorme ancora, forse, ma allora probabilmente sta sognando di correre. Ieri mi ha chiesto di accompagnarlo, ma non credo che andrò. Le poche ore di sonno e la qualità persino inferiore fanno sentire il loro peso. Però continuerò a leggere Il vagabondo delle stelle, che mi ha prestato. Questo posso e voglio farlo.
B. voleva andare al mare, e con l'occasione presentarci il ragazzo argentino che ha attraversato un oceano per stare con lei e - dice - per vedere l'Europa. Forse non ci andrà nessuno, al mare con loro, e forse allora si ritroveranno soli e faranno l'amore sul bagnasciuga.
F e A. staranno ancora dormendo, a più di duemila kilometri l'una dall'altro. Beati loro che sanno fare le undici, e certe volte persino di più. E io, nella mia più classica contraddizione, invidio il loro potere e ne critico il loro abuso.
Gli altri non mi vengono in mente, ma so che da qualche parte, in fondo agli occhi ancora socchiusi, ci sono anche loro. Quello starà facendo la colazione, quella starà uscendo per approfttare dei saldi. Qualcuno starà lavorando, qualcun'altro forse avrà voglia di ridere o piangere. Io? Io avevo solo voglia di scrivere.
18 Giugno 2011
Sto piangendo.
Anzi no, ma vorrei tanto farlo. Ieri una ragazza col mal di gola ha cambiato la mia giornata, mi ha svegliato da un torpore di origine lavorativa che non riuscivo a combattere. Non è stata un'esplosione e poi basta, non è durato il tempo di un lampo. Mi ha tenuto compagnia, semplicemente. E quando se n'è andata mi sono accorto di stare meglio. Ha pulito la polvere del vuoto che avevo sulla pelle. È strano come certa gente ci riesca, quasi involontariamente, quasi senza saperlo.
La sensazione del cambiamento, il bellissimo sbadiglio del risveglio. Nel momento stesso in cui l'ho avvertito, ero già pronto per vivere ancora di più, nonostante qualche minuto prima mi fosse venuta in mente la farse del titolo: né placche né groppi alla gola, solo prurito. Era prurito di vita, desiderio inascoltato di placche e di groppi a perdita d'occhio.
E in serata quel ragazzo di Big Sur, che ha provato così tanto a cambiare la sua terra, a trovarci un senso e una strada per sé, che con la sua fantasia le ha cambiato il nome. Le ha donato la sua poesia, i suoi anni, le sue parole e le sue lacrime. La terra indegna però l'ha rigettato, dopo averlo masticato, come un boccone dal sapore indigesto.
"Sto partendo", mi dice. E io ci metto qualche secondo prima di capirne la portata. Prima di intravedere quel dolore, quel senso di vuoto e di buio che in un attimo mi prende tra le braccia con sé. Il paradosso di questa terra a forma di stivale, che odora di fogna dentro e fuori. Provare a calzarlo e non riuscirci, sentendosi persino più miseri dello stesso stivale. I barbari dovevano bruciarla, questa serva, questa nave in tempesta senza nocchiere, questa troia oltre la cinquantina e tossicodipendente, ammalata e raggrinzita, che si veste in pelliccia per andare a sentir messa, facendo l'occhietto a vecchi impotenti che si sbavano sul cappotto.
Esistono madri che non meritano i figli che hanno, ma i figli sopportano, soffrono, penano per farsi apprezzare. Ma da chi? Da chi?
Ora lo sento. Sento le placche e sento il groppo. E sento ancora il prurito. Ora forse sto davvero piangendo.

12 Giugno 2011
Alle dieci meno qualcosa di questa domenica di metà giugno l'aria è ancora abbastanza fresca e la città è vuota. Mi domando se siano tutti al mare o se ancora debbano alzarsi. Io invece sono sotto la mia scuola elementare, anche se una parte di me vorrebbe potresi teletrasportare al mare tra qualche minuto, e la mia faccia indica che forse sto ancora dormendo.
È davvero bello tornare nella scuola che ho frequentato per 4 anni quand'ero bambino. Penso a chi, per lavoro o per studio, ha cambiato la sua residenza e ora vota in una scuola dove non ha ricordi. Per me è essere ancora nel posto in cui sono nato è un continuo re-incontrarmi, più o meno felicemente, con sorrisi e fantasmi già visti e vissuti. A cominciare da quello sputo di giardino che anni fa mi sembrava sconfinato, e dove la maestra di scienze ci aveva fatto piantare non ricordo più cosa. O il corrodoio, per esempio, coi cartelloni colorati alle pareti e con gli armadi alti alti sulla cui sommità mi metteva in castigo il bidello. Ora saprei scendere in un attimo, ma mi sentirei troppo scemo a salirci. Sono cresciuto, mi sento più forte, ma ho anche capito che spesso non esiste vittoria senza una qualche sconfitta.
Entro in aula e riconosco qualcuno. Sorrido. Mi dicono "te sei appena svejato, eh?". Faccio di sì con la testa. "Non ho fatto manco colazione", aggiungo. Cabina 1 e matita con la punta quasi da rifare. 4 SÌ e vai col tango: facile facile. Saluto, e chiedo come va l'affluenza in queste prime ore. "Stanno cominciando a arrivare adesso", mi dicono. "Bene", rispondo. E me ne vado a scrivere.
10 Giugno 2011
Talvolta la vita ci sorride all'improvviso e noi dobbiamo festeggiamo senza il tempo per fare inviti. E allora le persone lì per caso diventano i nostri migliori amici. Forse però il caso non conta così poco, forse la sorte è il migliore dei motivi. Sì, quelle persone andrebbero chiamate anche nelle feste con tanto di partecipazioni.
06 Giugno 2011
Notte fonda, e lui torna con delle buste zeppe di doni ed un fiore, che regala a una ragazza incontrata per caso per strada.
È stanco, brillo, sudaticcio, sedotto. La vita l'ha di nuovo stregato con l'afa e i sorrisi.
Spera di trovare un lavoro, di essere assunto, di aver fatto colpo.
Ogni cosa si vedrà solo domani. Nel frattempo lui sorride leggero con l'occhio a mezz'asta, mentre improvvisa parole convinto di essere sulla strada più giusta.
03 Giugno 2011
Arriva quel giorno, come ogni anno, e ti accorgi che un po' di spazio l'hai fatto. L'hai fatto per persone nuove, alcune delle quali devono ancora arrivare. L'hai fatto per te, per i tuoi desideri, e per far questo sai bene che hai dovuto lasciartene altri alle spalle. Cose di cui eri convinto, che credevi fossero legate a te a doppio filo, si sono rivelate poco più che capricci. Altre, che non sapevi o che denigravi persino, sono entrate senza fare toc toc e hai scoperto che servivano proprio, nel tuo appartamento del cazzo. E ora gli spazi, un po' impolverati, sono proprio come dovrebbero essere. Vuoti, o meglio "pieni di niente". Prima c'erano tremila stronzate, a occuparli.
Tante di queste stronzate credevo fossero verità, e mi appartenevano. Erano le cose che sapevo su di me e sulla vita. La mia. Quante ne ho buttate. Alla fine erano così tante e così diverse che non ho potuto nemmeno differenziarle, perché ho scoperto che servivano cassonetti a discariche a cui né io né nessun altro aveva mai pensato. Le ho buttate e affogate in un fiume di birra, le ho ingurgitate e poi le ho pisciate nel cesso, salutate dall'alto, augurando loro buon viaggio nelle fogne di questa città.
La Snai ha pagato, l'impegno al lavoro sta pagando sempre di più, i colloqui pagano, gli amici pagano. Io ho pagato. Sono arrivato a dissanguarmi. A volte senza accorgermene metto in circolo tanto veleno che i miei globuli rossi mi si ritorcono contro. E allora mi mordo mi taglio, mi succhio e sputo via il sangue. Pago per le mosse giuste e pago il doppio per quelle sbagliate. Mi piace essere un signore, verso i miei errori. Una mancia cospicua e tanti saluti, io vado avanti.
E se mentre cammino qualcuno si perde, ho deciso che non è più nemmeno affar mio. Perché allora com'è che altri riescono a restare al mio fianco e a tenere il mio passo? Com'è che con alcune persone mi stupisco solo di quanto, alla fine, sappiamo far bene la vita assieme? Ci si scosta e ci si aspetta. Senza dare troppo peso alle cose che non lo richiedono affatto. Avete mai notato che - senza parlarne male ma solo constatando la situazione di fatto - ci sono persone con cui si riesce a far diventare pesante persino l'aria di giugno? Com'è che con altri è leggera persino la pioggia?
Certe volte non serve nemmeno l'ombrello. E se sei raffreddato, l'altro può chiudere un occhio se russi di più quando ogni tanto ti addormenti in quell'angolo buio della sua esistenza. Tanto guarisci, si sa. Giorno per giorno. Finché non passa un altro anno e tu sei già sveglio che gli sorridi, con gli occhi pieni di gioia.
28 Maggio 2011
Quando vai a farti i capelli, scopri che è un po' come la vita. Che tu ci arrivi o meno con mille idee su come vorresti il tuo taglio, il risultato non è mai quello che ti aspettavi. Ti affidi a un altro, lo paghi addirittura per farlo, ma poi finisce sempre che ti ritrovi a sistemare e a perfezionare da solo la sua opera su di te.
avanti > |